Verso il paradiso

di Hanya Yanagihara
Feltrinelli, 2022
766 pagine
Categoria: Udine-Bari


  • Novantatré
  • Amore
  • Sospensione

Fu come se fosse stato stregato, e sebbene se ne rendesse conto non cercò di combattere la sua condizione, ma si arrese, lasciò indietro il mondo che pensava di conoscere per sceglierne un altro: e tutto ciò perché voleva cercare di essere non la persona che era, ma quella che sognava di essere.

Una persona era la cosa peggiore da lasciarsi indietro, perché una persona era imprevedibile per definizione.

Il mondo in cui viviamo è fatto solo per sopravvivere, e si sopravvive solo al presente.


Maledetta. Maledetta Hanya Yanagihara. C’ho messo un mese a leggere Verso il paradiso, sono giorni che prendo appunti su cosa dire e come mettere in fila i pensieri e ancora in testa ho un gran caos.
Attenzione: per quanto appena detto potrebbe darsi che questa recensione divenga lunga come il libro, ma cercherò di concentrarmi e fare la brava.

Per non dilungarmi ho deciso che della trama non vi dico nulla (per altro tendo a non leggerla quasi mai per gustarmi la sorpresa). Solo poche notazioni: tre scenari, tre momenti – 1893, 1993, 2093. Una città: New York. Una linea di sangue che unisce diverse generazioni che hanno origine da una sola famiglia.

Che tipo di romanzo è? È un gran laboratorio: romanzo epistolare, monologo, narrazione in prima persona, distopia si fondono in un tutto organico e notevole nonostante i frequenti salti temporali.

Delle tematiche ovviamente non potete aspettarvi nulla di scanzonato, e infatti c’è la famiglia, l’omosessualità, c’è la società, l’utopia, il desiderio, il cambio climatico, le parità di dritti, l’accettazione di sé, la città, le classi sociali. E l’amore, ovviamente l’amore, vero cardine di tutto.

Con grandi autrici e autori, come in ogni caso è Yanagihara, che piaccia o meno, non è possibile evitare il confronto con le altre pubblicazioni e dunque esauriamo l’argomento spinoso, facciamo uscire l’elefante dalla stanza: meglio o peggio, a pari livello oppure no con Una vita come tante?
Personalmente ho preferito quella valle di dolore che è Una vita come tante, perché seppur profondamente distruttivo e sconvolgente ha un che di magnetico, ti rapisce e un tomo da oltre mille pagine letteralmente te lo bevi.

Ora, Verso il paradiso mi ha lasciato qualcosa di sospeso, quasi insoddisfatto, ma non so capire se erano le aspettative altissime, non so se sono stati i paragoni inevitabili con il romanzo precedente o se c’è proprio qualcosa che non mi ha convito. Ci devo pensare ma non so se riuscirò a venirne a capo.
In merito invito chiunque abbia letto entrambi i libri a scrivermi: ho bisogno di parlarne con qualcuno.

Punto debole: ho l’impressione che tenda sempre a fare un “passo oltre” e quel passo la porta a mio parere in fallo. Se per me in Una vita come tante sono le tragedie di Jude in Verso il paradiso è stato il libro centrale, che ho fatto fatica a superare e ha interrotto il ritmo di lettura e coinvolgimento.

Detto questo, il romanzo è poderoso, lei ha una capacità di leggere e portare in superficie senza scadere in banalità clamorose la parte più profonda della natura e della personalità umana. Parole semplici per dinamiche complesse: arriva sempre a fare centro grazie a un calibrato mix di aspettativa, occhi a cerbiatto, colpi di scena, risvolti commoventi che spuntano dal nulla per colpirti. E ci riesce.

P.S.: qualcuno mi dice perché tutte le proiezioni del futuro devono sempre essere un disastro tragico?

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