Lincoln nel Bardo

di George Saunders
Feltrinelli, 2017
347 pagine (versione economica)

Categoria: MI-VE


  • Onirico
  • Commovente
  • Delicato

Tutti soffrivano o avevano sofferto, prima o poi.
roger bevin III
Era la natura delle cose.
hans vollman
Sebbene all’apparenza sembrasse che ogni persona fosse diversa, non era vero.
roger bevin III
Al cuore di ognuno c’era la sofferenza; la nostra inevitabile fine, le tante perdite che dovevamo subire nel cammino verso la fine.
hans vollman

In quell’istante la sua compassione si estese a tutti, superando accidentalmente, con la sua logica implacabile, ogni barriera.
hans vollman


La Guerra civile americana è cominciata da un anno e i suoi contorni iniziano a tratteggiare la catastrofe che sarà quando Willie, figlio prediletto di Abraham Lincoln, si ammala gravemente e muore a soli undici anni.

Da questo frammento di verità storica inizia la narrazione di George Saunders che crea un universo di fantasia per sondare le profondità del dolore umano con un’autenticità, una delicatezza e un’innovatività strabilianti.

Saunders indaga la nostra esperienza terrena per poi spingersi ad un livello diverso, non visibile agli occhi: una zona, un limbo, un bardo popolato da creature ancora troppo attaccate alla loro esistenza terrena per andare verso un nuovo futuro. È proprio quello che succede a Willie, che non riesce a separarsi dal padre, e a Lincoln, il padre che non riesce a separarsi dal figlio.

Se il tema può non sembrare innovativo, il modo in cui è scritto lo è decisamente. L’intera narrazione è fatta di citazioni, frammenti di discorso, stralci di documenti, giornali o testi, alcuni reali altri no. Guardate le citazioni qui in cima per capire di cosa sto parlando.

In breve perdiamo l’orientamento e anche a noi pare di essere nel bardo assieme a tutte le anime in stallo, sospesi e stupiti dalla storia e da come è scritta, disorientati e spiazzati ci guardiamo attorno per capire come procedere.
Inizialmente questa scelta mi ha bloccato, ho abbandonato il libro quasi arrabbiata, anzi, decisamente arrabbiata, poi la sua forza magnetica mi ha richiamata.
Superato l’ostacolo dello straniamento iniziale ho letto tutta la storia d’un fiato trovandomi in piena notte coi lacrimoni agli occhi e nei giorni e mesi successivi a consigliare a tutti di leggere Lincoln nel bardo per poterne parlare con qualcuno.
(Quindi: sono passati tre anni esatti da quando l’ho finito e apro il blog con un articolo a lui dedicato. Se qualcuno mi sta ascoltando e leggerà il libro, per favore mi scriva.)

Accompagnamo il piccolo Willie e tutti gli strambi personaggi che lo accolgono e in qualche modo se ne prendono cura in questo questo romanzo delicato e toccante, lungo una sola notte.

Un commento

  1. Ho letto questo libro sollecitato dalla recensione del blog, e ne sono rimasto attratto sin dalle prime pagine per la sua prosa semplice e visionaria. La chiave di lettura è il Bardo Thodol (il Libro tibetano dei morti), un testo della cultura buddhista dove vengono descritte le esperienze dell’anima tra la morte e la rinascita. Questo intervallo di tempo in tibetano si chiama bardo.
    La trama ha come sfondo la guerra di secessione americana, combattuta per affermare la proibizione della schiavitù dagli Stati del Nord contro gli Stati confederati del Sud, contrari ad un atto che avrebbe visto depauperata la propria economia. Abramo Lincoln è il presidente in carica che guida questa battaglia e di cui sarà anche vittima. Qui però, è una sua vicenda privata ad alimentare la trama del romanzo: la morte del piccolo figlio Willie a seguito di febbre tiroidea nel 1862.
    Il racconto può apparire disconnesso nella sua forma, ma nel complesso non lo è affatto, perché è un coro di voci (di morti) come nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, a renderci partecipi del dolore del presidente e dell’orrore della morte. Ogni personaggio reca con sé il raccapriccio e la paura della morte, dai quali sembrano non riuscire ad affrancarsi, vivendo la decomposizione del corpo in eterno, come i sensi di colpa che la vita gli ha affibbiato. Nel bardo si rivivono le esperienze terrene, ed inconsapevolmente se ne è quasi avvinti, sino a quando queste anime non partecipano al dolore per la morte di Willie, cercando di trarlo fuori da quel luogo di dolore ed orrore. Come afferma la voce di Roger Bevins nel testo “dobbiamo vincere il nostro dolore, non deve impadronirsi di noi e ridurci all’impotenza, e sprofondarci ancora di più nella fossa”. La liberazione è proprio nello scioglimento dello spirito, nella consapevolezza che non si è più carne, come nella dottrina buddhista.
    Ascoltando le voci, il libro si legge tutto di in fiato, ed ha una sua lirica che tocca profondamente, come se fosse un flusso di pensiero joyciano, pur discettando di una materia tanto greve. Saunders sembra invitarci ad andare oltre la morte, oltre il dolore che un evento tragico può provocare a noi come ai nostri cari. Pare invitarci a guardare alla morte come ad un “lasciare andare”, come nell’episodio del noli me tangere evangelico, interpretato non solo come un non mi toccare, secondo la traduzione dal latino, ma come un non mi trattenere dal greco “me mou haptou”.
    Il messaggio del romanzo resta che qualsiasi cosa rappresenti la morte, vera o metaforica degli eventi che viviamo, dobbiamo imparare a lasciare andare, ad accettare quella metamorfosi, quella trasformazione che è insita in tutta la materia di questo universo, compresi i nostri corpi.

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